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Roma-Piobbico-Urbino

Bello il caso e le persone.

Belli i posti giusti al momento giusto, mica no. Ma alcune volte, nel posto sbagliato al momento sbagliato, qualcosa di buono accade.

Avevo appena finito la scuola e dovevo decidere del mio futuro, avendo in mano il tanto decantato diploma di liceo classico (che a tutteggnénte ti prepara nella vita) e 500 buone ragioni per cercare di scappare lontano da casa quanto più mi fosse possibile.

Come in primis si fa, soprattutto quando potenzialmente hai ancora in mano il mondo intero, ho iniziato dai miei sogni. L’ho fatto guardando un po’ più a nord, verso una delle città di studenti più belle d’Italia: Urbino. Là c’era e ci dovrebbe essere ancora, la sede dell’ISIA (Ist. Superiore per le Industrie Artistiche) unica scuola parificata all’Ist. delle Belle Arti, in cui tentare di diventare grafico pubblicitario e/o illustratore.

Là, trovavi gli artigiani della matita, i virtuosi del bozzetto, i maniaci della prova colore con la tempera e corridoi vestiti di disegni, vere opere d’arte, di prove-packaging, di schizzi e illustrazioni di fiabe per bambini.

Studenti eclettici ed evidentemente (ai miei occhi almeno) illuminati dal sacro fuoco dell’Arte, si aggiravano con occhi di diamante, sorrisi d’avorio, scintille d’oro tra i capelli. Tutto era così o mi sembrava tale, ma in fondo lo sai, non fa differenza.

Per accedere al mondo fatato bisognava passare un difficile esame di ammissione. Attitudinale, non serviva provenire necessariamente dall’artistico, dicevano. Le domande erano circa 400 ogni anno per 25 posti disponibili. Si faceva una prima prova scritta ed in caso si passasse quella, si rimaneva in circa 120 persone per il secondo test. Io questo esame l’ho tentato due volte, ma non è questa la vera storia… Il primo anno in cui mi sedetti tra quei banchi, in un’ aula magna che ricordava un anfiteatro, mi tremavano le gambe, lo stomaco aveva dato il meglio di sé per tutta la notte ed ero sola e spaesata in mezzo a gente di tutta Italia. Dietro a me, sedevano dei ragazzi.

Uno di questi, Daniele, proveniva da Piobbico, un piccolo paesino vicino ad Urbino e tentava l’esame per la sua terza volta. “Sai, Roma (per me lui era “Piobbico”) se non lo passo quest’anno giuro che non ci provo più, ma entrare qui dentro è la mia vita, non so davvero cosa posso mettermi a fare se non questo” … lui ed il suo amico furono la mia ancora, il mio mondo, i miei amici in quei giorni…anche alla seconda prova, a cui accedemmo sia io che Piobbico, ci unì un sentimento da impresa titanica, da salto col paracadute, da fratello e sorella legati da un comune destino…. Poi io purtroppo, non superai la seconda prova. Lo seppi da Roma, con una telefonata, mentre i residenti e le persone delle cittadine limitrofe, sarebbero andati sicuramente a vedere le liste alla scuola. Il mio cuore era là con loro, le mie gambe là, mentre entravano nel portone della meravigliosa sede, i miei occhi sui loro disegni, le mie dita a temperare matite colorate.



Decisi di ritentare almeno un’altra volta, l’anno dopo. Così feci…la stessa trafila, il cuore in gola ai risultati della prima prova, ripassarla e sperare, stavolta sperare con tutte le forze.

Passai.

Eravamo solo in 100, a scaglioni ci fecero dare il meglio di noi su dei temi proposti in classe…poi il colloquio individuale ed io che mi metto il mio non – accento più bello, quello delle cene “materne” dove essere apolide è una virtù … e là stupore degli occhi, Professore coi candidi capelli bianchi -che manco Albus Silente in Harry Potter- che esclama “Sentite! Viene da Roma ma non si sente” … ed io uscita da là, stordita dalla prova, dalla maschera, dalla tensione, guardo davanti a me e vedo. Vedo un sorriso che mi aspetta.

Era Daniele, Piobbico, che l’anno prima era finalmente stato ammesso. Era andato appositamente a guardare gli elenchi per vedere se “Roma” ci avesse riprovato e, durante le sue vacanze, era salito fin là solo per salutarla e dirle “hey, in bocca al lupo, ti voglio vedere a scuola, quest’anno”.


Sai, purtroppo sono arrivata solo nel secondo gruppo dei “lucky 25” e non sono mai più entrata in quella scuola, ma credimi quando ti dico che un’attenzione come questa, questo episodio gratuito ed inaspettato, maturato nell’arco di una prova d’esame e vissuto per un anno per poi riproporsi con la bellezza di un pensiero, di un sorriso, in quella splendida città che è Urbino …beh, ha lasciato dentro di me un disegno magnifico, che io non posso che serbare come una delle più belle opere d’arte che la mia personale memoria di umanità varia, mi abbia saputo regalare nella vita.

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treni, week-end e case sul Po.

E’ lunedì o no? Quindi ho diritto di giocarmi il bonus “lamentazioni”.

E così faccio dicendo che ci dovrebbe essere un editto reale che imponga alle coscienze dei russatori professionisti di non addormentarsi in treno turbando la tranquillità di noi terùn in trasferta nel profondo nord.

😀

In tutto ciò sabato ho lasciato una Roma in piena tramontana per approdare ad una Torino più calda della capitale. Al binario la mia cuginetta e il suo sorriso, un abbraccio caldo e sincero come quelli che sappiamo darci noi e poi via! Un buon caffè in uno dei bellissimi Bar della città sabauda, prima di andare a casa loro a chiacchierare, rilassarsi senza scarpe, guardare le foto delle Azzorre e infine cambiarsi per la cena.

Ci vuole pochissimo a raggiungere la casa sul Po, ci vuole pochissimo a salire fin lassù dove si gode uno spettacolo impagabile su Torino, ci vuole ancora meno a riconoscere la luce di occhi già incontrati e “avvertire” quale sia il viso da collegare ad un nickname, ad una storia letta cui conferire carne e sangue …e modo di parlare …e gesti delle mani.

Una casa accogliente e grande, come il sorriso ed il cuore di chi la abita e della donnina bellissima che ha diviso con lui l’organizzazione di questa lunga tavolata cui ho finalmente preso parte anche io ed altri due romani-de-roma (fantastici entrambi!!) in trasferta blog.

Tomini al verde, bruschette al pomodoro, polenta con sughi deliziosi e piatti di formaggi eccezionali, vino e…MOHITO in un cestello enorme con tante cannucce colorate.

E poi lo show del Fab-A. dalla Tulipania, che è esattamente come immaginavo, il supersorriso di chi digitava da parte nostra, le scarpette rosse viste de-visu, i racconti dei viaggi e delle zuppe rosse della Polonia, i matematici simpaticissimi, le zie che si perdono in macchina nel tentativo di riportare una romana all’ovile…e ancora riprendere le fila di discorsi lasciati a decantare nel precedente incontro con alcuni tra loro e tante cose con cui mi sono riempita gli occhibblù e di cui davvero non posso che essere grata e ringraziare dal cuore.

(Chi non c’era ha mandato messaggi ed io una menzione d’onore la dedico a Cope, con noi nel pensiero, incontrata la scorsa settimana su suolo capitolino: la donna più simile al suo ritratto-cartoon che io abbia mai avuto il piacere di conoscere!)

Un altro treno, la domenica mi ha riportato qui. Ma Torino ha sempre più un pezzetto del mio cuore.

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