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eccoci.

“L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa”.

Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917

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desiderio per il 2011?

che il 2010 abbia un termine.

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companatico

Un cliente del maritozzo, in libreria, chiede lo “sconticino” su un volumetto da pochi euro. (Una libreria che già applica uno sconto in automatico su tutto cio’ che si acquista in negozio -no co’ le tesserine, li punti, i premi fedeltà, le svendite. Sempre.-)

Il maritozzo si guarda il cliente e gli fa:

“vediamo: un ulteriore sconto, mi diceva? ….

Equivale, su questo libro, a circa 90 centesimi. …. ….

per lei un caffè, per me, il pane.”

(arrivederci! Come direbbero in autostrada)

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quell’utile terrore.

Era un sogno ricorrente, questo. Mi perseguitava arrivando a casaccio. D’inverno, d’estate, senza alcuna relazione col caldo torrido che fa sudare i pensieri o il freddo che li ghiacci.

Siamo a Viterbo, città dove i miei nonni paterni si trasferirono da Vittorio Veneto, e più esattamente a Via Tommaso Carletti, resa più larga e dissestata dal potere onirico. Stampate immobili sul cielo rosso e cupo, polveri e nubi di crolli, calcinacci, fumi di oggetti bruciati. Dissonanti con lo statico fondale, le grida di gente che scappa, gli scoppi lontani, il chiarore di bombe che esplodono all’orizzonte e rombi di aerei sempre più vicini. Le sirene urlano di cercare al più presto un rifugio

Noi, ‘famiglia’, in strada. Accerchiati da un gruppo di tedeschi siamo in preda al terrore: di fronte a noi, di fronte al portone del palazzo di mia nonna, si apre una voragine di fuoco e questi uomini con gli elmetti e gli occhi chiari ci intimano, nella loro lingua, di saltare dentro. Abbiamo i fucili puntati addosso, i vestiti logori, il fumo nei polmoni, le mani nere, le unghie spezzate.

perchè tutto questo? Perchè ho ascoltato i racconti di chi la guerra l’ha vista e l’ha patita. Di chi l’ha vissuta con una coperta una gavetta e nessuna esperienza bellica. Ho sentito la pena di chi ha visto i propri cari deportati, i propri figli coi viveri razionati, le divise da balilla, le fedi da donare al Duce, le occupazioni di case, letti, consuetudini.

Il racconto di questa Storia mi ha terrorizzata e senza timore affermo che per certe cose non esiste una via di mezzo. Per tramandare l’orrore e far comprendere che di orrore si tratta e non di lettere su una pagina del manuale a scuola, si deve essere in grado di instillare la paura che tutto cio’ possa riaccadere. Senza quella, senza chi davvero regali la conoscenza di avvenimenti che dovrebbero essere lo scheletro indistruttibile di una Società Civile, ecco cosa ridiventiamo ciclicamente.

Ma io nella voragine di fuoco non ci voglio saltare.

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il terzo giorno di una nuova vita

A me il ‘croissant’ piace mangiarlo staccando per prima cosa uno dei due ‘corni’. Qui da noi si chiama cornetto e quando ci dicono ‘brioche’ ci viene un po’ da ridere.

Alle 09.40 oggi, ero al bar con un cappuccino sulla cui schiuma galleggiava un decoro a cuore fatto con la cioccolata. Avrei potuto dedicare i miei pensieri al dispiacere che mi procurava versarci sopra la bustina di zucchero di canna, e basta.

Invece in questo periodo avrò tantissime cose a cui dedicare attenzione.

Paradossale, visto che mi hanno licenziata martedì.

(buon fine settimana! Il mio, state certi, lo sarà comunque)

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back to (?)

cliccando sulla foto, Sara Bareilles canta ‘Gravity’

di tutte le cose che avrei potuto fare, l’ultima che avrei voluto è essere dispiaciuta per te. Incurante della tua bocca che ha morso la mia mano, ne ho sperato il sorriso. Sorda alle parole che non ci siamo più scambiati, ne ho curato le sfumature per vederne germogliare una che fosse degna di indossare i colori della grazia

di tutte le follie che avrei potuto riservare a me stessa, ho comprato la più costosa che mi ha visto commiserarti con partecipazione, non con astio

di tutte queste miserie occorse, di tutto questo amore ucciso senza pensarci, nel campo sterminato delle possibilità che non hai concesso, che non hai avuto la forza e l’onore di affrontare

di questa tua veste immaginaria che ti ho cucito addosso mentre rimanevi immobile per non farti pungere, da me, che non ti avrei mai fatto del male.

Di questa gravità che manca. A me solamente.

 

(l’immagine proviene da questo blog: http://cantierepoesia.wordpress.com/)

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Ups and Downs

In ascensore, alla fermata della metro, per accedere ai treni.

Nonostante il cartello dica ’11 persone’ con conseguenti chili corrispondenti, se una settima si aggiunge, la gentile voce avvisa, bilingue, che il carico è eccessivo.

Fatti un paio di tentativi e uscite varie persone (tra cui un anziano, entrato prima, mentre uno degli ultimi faceva finta di non vedere/sentire) finalmente si chiudono le porte e si inizia la discesa.

Una signora, con voce a volume 10, esclama: “ah beh, e mano male che c’è scritto per 11…sarò pure ingrassata questo è vero, ma mica così tanto…e che saremo mai? Che sarà mai che pesa così tanto?? HA.”

Un’altra signora, con volume della voce 2, sussurra:

“Gli affanni”

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(sotto la foto John Mayer canta “Stop this train”)

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