Archivi del mese: ottobre 2010

CV? Posso riscriverlo così?

 

gradita foto

 

DATI ANAGRAFICI:

Michela Frare è nata il 18 di settembre, quasi perfettamente in linea con le previsioni che il ginecologo aveva fatto a la su’ mamma. Un giorno che divide con Greta Grabo, mica robetta. Abita in una via ad un tiro di schioppo da dove è nata e cresciuta, ma è stato un puro caso. Il telefono fisso ce l’ha sebbene senza un cordless si senta ormai una donna persa. C’ha pure quello cellulare, con lo stesso numero da svariati anni, la fotocamera, ma non ‘touch’. Automunita, e anche motomunita per estensione: suo marito è il centauro e lei fa la passeggera.

EDUCAZIONE:

In linea di massima è una personcina ammodino, ma non farla incazzare. Dopo essere stata traumatizzata dalla scuola di suore francescane, NON ha seguito le sue inclinazioni artistiche andando ad esaudire le mire genitoriali che la volevano al classico. In effetti, dopo il primo anno in cui ha vissuto di rendita, non è che abbia proprio brillato sempre: ‘è così intelligente, sa? Ma non si applica’. Ha quindi ripiegato sull’Università, dopo l’esito negativo all’esame di ammissione alla scuola di grafica di Urbino, mollandola dopo qualche esame, che vivere da sola ed essere responsabile ed artefice della propria indipendenza le pareva cosa migliore et giusta…siccome-che gnaa faceva più a casa sua per tutta una serie di ameni motivi molto in linea con ‘La piccola fiammiferaia’. Essendo poi innamorata del Regno Unito fin dalla più tenera età ed avendo dato il suo primo bacio in un negozio di giocattoli a Oxford Street (al piano ‘casa di bambola’ per la cronaca), non poteva esimersi dal formalizzare questa unione con il first certificate e quindi l’advanced. Peccato aver dovuto sospendere il corso per il proficiency, che l’avevano assunta e si doveva pagare le bollette, prima del terzo certificato. Indi frequenta un gagliardo corso di formazione ‘customer relationship management’ che di fico c’ha solo er nome.

ESPERIENZE LAVORATIVE:

Tante, signora mia, tante e senza tema di affrontare un cliente incazzato che ‘la pizza è bruciata’ passando per il telefonico ‘no grazie non ci interessa’ sorvolando il ‘si capo ha ragione lei’ e trascorrendo ere appresso a autori Tv e stelline di vario genere. A volte addirittura simpatiche. Si è usato il pc, si è imparato -mica male- tutto da autodidatta e recentemente si era iniziato un rapporto non privo di scogli col Mac.

HOBBIES:

come sanno i frequentatori del mio desco, so cucinare, vivaddio. Come sanno gli amici di vecchia data, ho cantato parecchio e sotto la doccia lo faccio tuttora. La frase che tra le altre mi identifica è ‘a home without a cat is just a house’ dacchè se ne deduce che ne posseggo, di felini. Due. Mi piace scrivere, ma talvolta mi sembra di scordare come si faccia. Vorrei farlo a mano, ogni tanto, preferibilmente con una stilo dal tratto morbido e la china blu oltremare.

ASPIRAZIONI:

Avere tempo.

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Archiviato in "ma ci dica qualcosa di lei", Lavoro, Scemitudine

assonanze

All’uscita dal nido, un padre al telefono che parla al cellulare di magazzini e utensili vari, circumnaviga il giardino dell’asilo passando varie volte sotto il naso della  puzzolilla .

Rachele: “Mamma come si chiama que’ bimbo?”

io: “Claudio…hai sentito? Lo chiamava così il suo papà”

Rachele (decima volta): Mamma come si chiama que’ bimbo?”

io: “tesoro, si chiama Claudio…Cla-u-dio”

passano 5 minuti e finalmente dopo aver fatto hop-on/hop-off dal muretto per ‘ste comode 600 volte la puzzolilla ritiene siano maturi i tempi per salire in macchina.

R: “mamma?…”

io: “….eh?”

R: “dov’è LAIDO?”

io: “CHI???”

R: “Laido! …Lo chiamava così il suo papà”

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Archiviato in de gravidantia... & poi

Rosa è un bel tramonto, non trovi?

Si fanno promesse che suonano come quelle rilucenti delle sere d’estate. Là è tutto possibile, eterno sotto le stelle di un firmamento sgombro di nubi, terso come i cieli di luglio.

Cosa ti può toccare mentre sei intrisa di giovinezza, immersa nella seta di una pelle senza rughe. Attorno il crepitio di un falò e l’incanto della costruzione di ricordi che tintinneranno negli anni a venire.

A me toccò una paura concreta e millimetricamente dura. Qualcosa che gravitava nei pressi del cuore, fisicamente parlando.

A me toccò qualcosa che poi si rivelò nulla, ma solo poi. Nel mentre ci fu la visita, le analisi e l’attesa. Tutto incredibilmente lungo, nei ricordi. Tutto tremendamente in linea con una storia di famiglia che ha visto mio padre andar via a causa di un tumore. 

E allora oggi, in questa giornata, voglio fare una promessa stabile come un giardino d’inverno. La voglio granitica e nobile come il marmo rosa, la voglio dedita e dedicata a mia figlia, alla speranza di non lasciarla mai sola. La voglio condivisa, come le Donne sanno fare.

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Archiviato in "ma ci dica qualcosa di lei", Attualità, per bocca d'altri, Salute e benessere

l’ho scritto sulla sabbia, cosa vorrei:

smile, without a reason why

cosette racchiuse qui. Il sole gentile, il mare poco mosso, giochi da bambini da fare coi grandi, ironia e creatività spicciola, un po’ di solitudine per scelta, un vezzo in cima alla testa.

Che sia una piuma, un anemone, una bella idea.

 

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luoghi comuni

Ieri stavo facendo una manovra (nella mia via che è parecchio stretta) e un simpaticiUissimoU autista con il suo furgoncino dello SDA decide di mettersi praticamente affiancato a me, così, in mezzo. C’era là accanto un indigeno della suddetta via (si, qui si tratta di persone-autoctone che si so’ tirate su le casette basse abusive negli anni ’60 e ci sono cresciute dentro: figli, nipoti, cugini ecc) che gli fa notare che “ce sta aa signora che sta a ffà manovra” rinforzato dal mio “scusi ma non può andare DUE metri più avanti per favore? (quello mi guarda come se stessi parlando un dialetto di una minoranza etnica qualsiasi dispersa nella jungla equatoriale) magari se potessi non stare proprio molto scomoda a fare la manovra che avevo già iniziato…”…

bene, il simpaticone si eclissa dietro al furgoncino, io penso “lo starà spostando” e invece l’indigeno mi fa “Ahò, quello se n’è annato”. Sgrano gli occhi, lancio un “ma io dico…ma…ma è possibile?” e per tutta risposta l’indigeno replica “Pe’ forza, è negro!” e in pratica decide che io, essendo DONNA, non ce la facessi ad uscire da sola e letteralmente infila le mani nell’abitacolo girando il volante e dicendomi al millimetro le cose che dovevo fare, sostenendo che se avessi continuato ad indietreggiare sarei andata a “struscià contro ‘r muro”.

A niente è valso fargli presente che conosco la via e che quel muro lo tenevo perfettamente d’occhio con una cosa che si chiama ‘specchietto retrovisore lato passeggero’. Non c’è stato verso e alla fine, per chiudere il capitolo e uscire da là, mi sono rassegnata ad indossare la fascia ‘donna al volante pericolo costante’.

Peccato non aver rincontrato il tipo dello SDA a stereo acceso. Magari per la gioia dell’indigeno signore avrebbe iniziato a ballare che si sa, ‘i neri hanno il ritmo nel sangue’.

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