quell’utile terrore.

Era un sogno ricorrente, questo. Mi perseguitava arrivando a casaccio. D’inverno, d’estate, senza alcuna relazione col caldo torrido che fa sudare i pensieri o il freddo che li ghiacci.

Siamo a Viterbo, città dove i miei nonni paterni si trasferirono da Vittorio Veneto, e più esattamente a Via Tommaso Carletti, resa più larga e dissestata dal potere onirico. Stampate immobili sul cielo rosso e cupo, polveri e nubi di crolli, calcinacci, fumi di oggetti bruciati. Dissonanti con lo statico fondale, le grida di gente che scappa, gli scoppi lontani, il chiarore di bombe che esplodono all’orizzonte e rombi di aerei sempre più vicini. Le sirene urlano di cercare al più presto un rifugio

Noi, ‘famiglia’, in strada. Accerchiati da un gruppo di tedeschi siamo in preda al terrore: di fronte a noi, di fronte al portone del palazzo di mia nonna, si apre una voragine di fuoco e questi uomini con gli elmetti e gli occhi chiari ci intimano, nella loro lingua, di saltare dentro. Abbiamo i fucili puntati addosso, i vestiti logori, il fumo nei polmoni, le mani nere, le unghie spezzate.

perchè tutto questo? Perchè ho ascoltato i racconti di chi la guerra l’ha vista e l’ha patita. Di chi l’ha vissuta con una coperta una gavetta e nessuna esperienza bellica. Ho sentito la pena di chi ha visto i propri cari deportati, i propri figli coi viveri razionati, le divise da balilla, le fedi da donare al Duce, le occupazioni di case, letti, consuetudini.

Il racconto di questa Storia mi ha terrorizzata e senza timore affermo che per certe cose non esiste una via di mezzo. Per tramandare l’orrore e far comprendere che di orrore si tratta e non di lettere su una pagina del manuale a scuola, si deve essere in grado di instillare la paura che tutto cio’ possa riaccadere. Senza quella, senza chi davvero regali la conoscenza di avvenimenti che dovrebbero essere lo scheletro indistruttibile di una Società Civile, ecco cosa ridiventiamo ciclicamente.

Ma io nella voragine di fuoco non ci voglio saltare.

7 commenti

Archiviato in "ma ci dica qualcosa di lei", Attualità, mi salta in mente, Popoli e politiche, un'accettata

7 risposte a “quell’utile terrore.

  1. Proprio ieri si chiacchierava con mia madre dell’assurdità della guerra (a seguito di una sua gita al museo di Caporetto) e lei mi dice “Come alla Risiera di S. Sabba…non è un posto bello da vedere”. E io le ho risposto: “Infatti, non è bello da vedere… ma è un posto DA VEDERE”. Perché il senso di soffocamento e di morte che ti lascia addosso, è un monito davvero difficile da ignorare. Un insegnamento che nessun libro di storia può darti.

  2. concordo.
    anche io sogno talvolta la guerra. lo sterminio. la deportazione.
    come posso, io, nata nel 1984?
    posso perchè i miei nonni e i miei bisnonni mi hanno raccontato, perchè son stata a Marzabotto in gita, alle medie, perchè ho visto i documenti di RiiiiiiieducationalChannel😉 perchè ho letto Levi, Stern, Frank e altri ancora.
    sono d’accordo: bisogna avere paura della guerra, bisogna temerla per lasciarla lontana il più possibile.

  3. I miei “vecchi”, genitori, parenti, conoscenti che hanno vissuto quell’ orrore raccontano sempre e raccontano ai miei figli…
    Ma quanti sono rimasti a raccontare?

  4. PamMcEaster

    tre donne sole e una bambina, accompagnate dal parroco, vanno verso la loro casa che pare sia stata distrutta. e invece la casa è lì, solo con i vetri polverizzati dalle bombe. entrano dal giardino immaginando le devastazioni di un saccheggio e invece nessuno ha toccato uno spillo; le accoglie col materno sorriso dei suoi grandi occhi scuri l’immagine di una madonna che si narra essere miracolosa. gli stessi occhi che, inspiegabilmente, ho io… era lo sbarco degli americani in sicilia, così come me lo ha raccontato mia nonna. non tanto tempo fa.

  5. Sofficina, è così. Ci sono spilli da appuntarsi dentro. Si sanguinerà un po’, vero, ma i memorandum che resteranno appesi a eterno monito rimarranno saldi per sempre.

    Mantidu’, il diario di Anna Frank fu per me una coltellata. Una di quelle utili di cui parlo, sicuramente.

    Lavinia, credo nell’esercitazione della sensibilità. Credo davvero che il tramandare racconti che siano, anche, di altri sia un qualcosa da tenere stretto coi denti. Io racconterò, senza censure, anche a costo di veder rabbrividire mia figlia.

    Pam, che bello….Forse un altro giorno racconterò di un episodio accaduto a casa di mia madre, che fu occupata dai tedeschi…tra cui uno buono, che forse rivedeva in mia madre, piccolina piccolina, sua figlia lasciata a casa ad aspettare un papà che la guerra col cavolo che la voleva andare a combattere.

  6. Ah,le fedi..
    preciso ai racconti di mia nonna, che nascose le fedi in posti innominabili.
    Ma non era il peggio.
    Quando il nonno era in guerra, i tedeschi entravano nelle case..e nei letti altrui.
    Regole della guerra, viscide uguali in ogni landa, anche la più sperduta.
    Durante i laboratori che facevo ai ragazzi, quest’anno, ne parlavamo spesso. Ed ero sollevata di sapere che molti di loro avevano letto il diario di Anna Frank.
    Alcuni, delle medie, sono andati anche a fare il “viaggio della memoria”, e sono tornati cambiati per sempre. Hanno pianto tanto. Si sono immedesimati, hanno scolpito l’odore forte di quei campi nella loro memoria per sempre, lo hanno riportato ai compagni come solo i ragazzi sanno fare: con semplicità e immediatezza, senza giri di parole, senza nascondersi nulla.
    Ed io, almeno lì con loro, ero felice di sapere che sarebbero diventati adulti, adulti veri, consapevoli di uno strazio facile a ripetersi.
    Michy, siamo in pochi, andiamo nelle scuole e gettiamo un semino. Vorrei fossimo di più, ma in zone come il mio sud, dove c’è durezza di vita e..ormai di sentimenti, questi laboratori sarebbero complicati, se non impossibili da portare avanti.
    Ma questa è un’altra storia..
    Menomale che tra di noi, qui, ci capiamo..e condividiamo qualcosa di speciale.
    Ma non siamo la maggioranza.
    Non in questo paese senza memoria e senza dignità.
    Nonostante tutto, andiamo avanti.
    Un bacio.

  7. Spesso mi capita di pensare a quando non ci sarà più nessuno a testimoniare, a raccontare.
    Si sa: l’essere umano impiega poco a dimenticare. E’ un’arma di difesa, in genere (mi viene in mente il dolore del parto, ad esempio).
    In questo caso, invece, diventa un’arma contro noi stessi.

    E’ stato Levi a darmi l’orrore.
    L’ho letto quasi vent’anni fa e non ricordo molto (ah, ancora la memoria); tutt’oggi però il mio immaginario guarda ai cucchiai come non comune acciaieria ma strumenti di sopravvivenza qual’erano durante la guerra

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