Archivi del mese: settembre 2007

arriva la notte o principia il giorno?

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preparazioni

Mi sento un po’ mia zia, mia madre, in occasione delle feste di Natale o di Pasqua. Si sentiva armeggiare dal giorno prima e i fuochi, tutti occupati, mandavano le loro scintille azzurre e il calore appannava i vetri. Si cercava di mediare tra il non occupare la soglia della cucina e il carpire con sufficiente velocità le richieste, più volatili dell’odore di cipolla e altrettanto lacrimose: noi bambine finivamo sempre col dover grattugiare il parmigiano o spalmare tartine di burro mai tolto dal frigo per tempo. Il pancarrè si sbriciolava sotto la spinta del coltello e noi mangiavamo pane e rimbrotti, per colazione.

Però era bello vedere quei piatti da portata che si compivano come opere d’arte, e i tovagliolini di carta adagiati sopra e tenuti un po’ scostati con gli stecchini. Di sotto da noi, gli arrosti, i fritti di verdure, il sugo ricco e magari un’insalata mista. Al piano di sopra sfoglie di pasta all’uovo tirate a mano, patate arrosto, i dolci (tra tutti la torta di mele e i “maccheroni con le noci”) e se l’occasione lo prevedeva, il pesce. 

Ieri sera ho iniziato a cucinare per la cena di stasera e per la prima volta mi mancano dei bambini che rubino le cose dai piatti.

Questo sarà offerto agli ospiti:

  • stuzzichini (salamini, formaggio col miele, salatini) e piccoli tramezzini tonno e pomodoro
  • Lasagna classica, al ragù di manzo e salsiccia
  • Zuppa di fagioli e spinaci con crostini
  • Polpette al timo e vino bianco
  • Torta rustica zucchine e provola affumicata
  • Torta rustica patate, cipollotti freschi e peperone
  • Insalatona ricca
  • Dolce
  • Liquori
  • Caffè

…..

Sufficit?

🙂

************************* the day after**********

Uè! Non ho fatto in tempo a documentare la tavola imbandita che se so’ jettati sul cibo come el condor pasa!!!

Almeno questa la posto (e mancava ancora un sacco di roba! Però le polpettine al timo le trovate anche nella parte “cataloghèiscion” dedicata al “c’è post in cucina”)

…..

per-preparazione-cena.JPG

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fly

(oggi mi sento di aderire al post di Any. O almeno, al significato che gli ho dato)

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Sul palco (part three, ma prima parte vera)

–  Ah si?? Canti?? Dai! Allora cantaci qualcosa!!!

…. No… no…cantare no….

– …Ma come no! E perchè scusa?

Perchè mi vergogno.

A questo punto scattano, svizzeri:

  • macchè derisori,
  • cheddici increduli,
  • sguardi che intendono “seeee, mo’ tu fai la preziosa, ma mica ce credemo, che vai sculettando e gorgheggiando pe’ locali, mo’ vvoi che qui te vengano le paturnie di fronte e noi??”

La risposta è SI. Ma non mi crede nessuno.

Ora proverò a spiegare un concetto, sperando di dare del mio e delucidare un qualcosina che non capita solo a me. In molte persone che decidono di esibirsi, siano essi attori, cantanti, ballerine di lap dance, artisti di strada, Papi e Presidenti del Consiglio, convivono due gaudenti mostriciattoli noti alle masse con nome esemplificativo di Dott Jekyll Mr Hyde (…. poi è vero che avendo io incluso due particolari categorie in questa sfilza di onorevoli mestieri, mi sovviene che possa accadere che il Mr Hyde di turno diventi predominante…ma in questo caso richiamo Zaub ai suoi talenti, in caso ci volesse fare un post con basi più solide di quelle che darei io).

De facto, normalmente non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello, quando ho le babbucce di Michela_standard, di produrmi in esecuzioni di “Think” di Aretha Franklin, che peraltro non saprei da che parte iniziare.

Cosa diversa capita quando un luogo ti fa scattare un qualcosa che, in un certo senso, ti “autorizza-incentiva-aiuta” ad essere altro da te stessa/o. Ovvero: sul palco non ci sto io. C’è l’altra. Ci sono le scarpe col tacco nere della Michela_cantantessa. Le assi di legno che scricchiolano sotto i piedi, le luci in faccia che non ti fanno vedere i lineamenti delle persone che ascoltano, ballano, cantano con te, sono alchimie complesse e congiunzioni astrali che ti rendono in quel momento libera. A torto? A ragione? Cosa importa.

Ci si trucca, ci si pettinano i capelli, si indossano vestiti diversi dal solito per trasformarsi e paradossalmente diventare invisibili. Si è padroni di casa, si è fluidi là sopra e privi (se scatta questo meccanismo di cui parlo) di tutta una serie di paletti che normalmente si frapporrebbero tra te e la manciata di lustrini, gli acuti, i gesti teatrali ed ampi delle mani. Si diventa più sinuosi e morbidi come i boa di struzzo della Osiris, roteanti e solidi come il bastone di Charlot, maschere bianche come le Nuvole di Aristofane. Si è tutto e si regala il “nulla”….

J.L. Godard, come già in altra occasione ebbi modo di dire, in un suo film (Cura la tua destra) incluse una frase che per me assurse  gli onori di “frase della vita”:

“L’ATTORE VA SUL PALCOSCENICO NON PER APPARIRE,

MA PER SPARIRE”

Ecco perchè, quando dirò “no”, si dovrà usare la cortesia di credermi… o di venire al concerto.

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cose che danno alla testa

Ma se qualcuno che si colloca nella sfera delle persone che vi stanno più vicine, iniziasse a qualificare le gente dicendo cose del tipo:

“quello là ora ha un sacco di potere

“quell’altro là ora è un po’ caduto in disgrazia, cioè…fa ancora un lavoro non male, ma prima era uno potente

 voi che fareste? Comincereste a preoccuparvi?

…Perchè io, un po’ si.

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come si arrivò al palco/part two

Immaginare please: camera da letto ampia, drappi rossi alle finestre, controsoffitto dal quale occhieggiano improbabilissimi neon rosa e azzurrini (eh si, mi pare fossero questi i colori), foto dell’esimio cantante per ogni dove e in più versioni: ciuffo rockabilly, modello oste con il famoso di turno che sorride plastico, con cavezza d’oro al collo e capello fluente sciolto sulle spalle, con serioso completino corista-sanremese, primi piani intensi, altri meno. Comunque per ciascuno il poretto è stato preso per il culo tanto da non toccare terra per settimane. E di questo, noi, gli saremo sempre grati.

 

Fummo convocati là per registrare dei cori, sicchè la metà esatta della stanza era dedicata a tutta una serie di macchinine e macchinuzze, attrezzi e aste, robe a cui non sapevo dare alcun nome che non fosse al limite quello della marca stampigliata sopra. Stretti come sardine e vicini come pendolari sul regionale delle 07.30, ce ne stavamo a sputacchiare sui collant messi davanti ai microfoni sentendoci molto fighe con la nostra cuffiona da sala di registrazione, da tenere rigorosamente su un orecchio solo. (tipo lo zaino a scuola,no? Che fai, lo porti con ambedue gli straccali? Sia mai!) Calanti, troppo ridanciane, funestate da problemi tecnici, a volte stonate, (ma pur sempre “the girls”) portammo a termine ‘sti due-tre pezzi divisi tra gli Earth Wind and Fire, i Supertramp, i Kool and the Gang…

l’italica mamma del cantante si palesò quindi, con beveraggi rigorosamente analcolici e biscottini, rinforzati da patatine in busta formato famiglia procurate dal figlio canterino. Ed è là che ci buttammo in 4 sul letto domandando timidamente “possiamo?” temendo anche che lo sparuto giaciglio (piccoletto era piccoletto) potesse cedere al peso delle auree terga….

Ed è sempre là, che ERVIS se ne uscì con una delle prime frasi celebri del gruppo, quella che verrà riportata negli annali fino a che avremo neuroni abbastanza kitsch per ricordarle tutte: 

“SEDERVI??? Ma certo che potete sedervi… aho’….

….

 ‘STO LETTO N’HA VISTE DE COZZE E DE CRUDE!!

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come si arrivò al palco/part one.

Portavo un cardigan color carta da zucchero quella sera. Era largo, che mi ci dovevo nascondere dentro. Era stata la mia amica F. a sentirmi scherzare, un sabato pomeriggio, imitando la Ricciarelli: avevo modulato un acuto ed era uscito così, naturale. Era uscito “bene”. Lei ci meditò sopra per un po’ e quindi mi portò dentro un mondo che ancora mi appartiene, seppur in modo diverso e con tempi sensibilmente più limitati.

 

Fu un viaggio, arrivare sulla Tuscolana. Che ne sapevo che da là a qualche tempo ci avrei passato ben due anni e mezzo della mia vita, di quelli importanti, quelli del trampolino, dove si sceglie di star soli per la prima volta, di badare davvero a se stessi.

 

Insomma: arrivai dove l’immaginazione porta tutti quelli che iniziano a cantare/suonare in un gruppo… e scendendo una rampa, mi ritrovai in un garage. Un localetto a parte, aveva al suo interno una scalcagnata saletta prove, densa d’odore di sigarette, sudore e muffa: tutti ingredienti fondamentali per la buona riuscita dell’amalgama gruppettaro. Senza questi miasmi, la musica nun vie’ ffori. Dentro, ci trovai questa band funky-dance, che amava dire: “noi suoniamo il lato B dei dischi”, affibbiarsi soprannomi ed a volte prendersi troppo sul serio.

Un microcosmo perfetto formato da poco più che 20enni (noi) e l’unico più grande (il cantante), ciascuno con una sua peculiarità, un ruolo, un cliché. Imparai a guardare dal vivo i soprannomi di Verdone o quelli dei film romani: c’era “er canapa”, “er trachea”, “Ervis”, “Pupi”, “Adalbergo” e noi, “le girls”… ovviamente io fui per anni l’ultima ruota del carro, ovviamente la più pippaccia di tutti, ovviamente schifata dalla corista più brava, quella cui si guardava come il faro nella notte… e quella che, anche, mi fece capire guardandola, che una bella voce non basta, che l’amore per quello che fai e la considerazione minima del pubblico che hai davanti fanno il vero quid, che su un palco c’è poco da essere schizzinosi: lo spettacolo deve continuare.

 

Il momento del terrore arrivò al “provino”. Il cantante se ne uscì con una cosa del tipo: “beh, che ci canti? Che so, Whitney Houston?” ( …sé, perché non qualcosa della Callas, pensai di rimando). Finii col dover improvvisare “Ogni Volta” di Vasco Rossi cercando di sentire la mia voce in quel casino, mentre mi buttavano nella mischia di un pezzo che ancora ci portiamo appresso da quei tempi, il cui testo è rimasto di quell’inglese maccheronico che se ce sente la British School ci fa fa’ la pubblicità sui cartelloni 6×3 in giro pe’ Roma.

 

Di quei primissimi giorni ricordo il walkman di F. e la sua registrazione delle prove, fruscii di fondo, risate, parolacce e casino di basso e rullante. Io, trionfante, che grido a mia sorella alzando il volume dello stereo di casa: “Hai sentito??? Quella più alta ero io!!!”

(continuerà…)

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