Aprile 4, 2008...10:13 am

Casa Piccin

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Si entrava togliendosi il cappotto e accendendo la luce.

Noi di solito dietro a maniche di giacche paterne, ombrelli fiorati materni, buste con ortaggi dell’orto della casa di campagna. Dalla parte opposta del corridoio filtrava la presenza di biscotti, salame e caffè d’orzo. Si superava la stanza delle cose affastellate, quella del letto singolo dello zio. Quella dei “documenti”. Si superava anche la camera della nonna, odorosa di coperte di lana, con la specchiera di fronte e il comò di lato, quello delle bambole. A sinistra la sala da pranzo per le occasioni. Il pianoforte scordato e chiuso, popolato da una foresta di animali di vetro. Il tavolo grande, col centrotavola di pizzo e le rose finte nel vaso. Noi bambine a misurare passi sui piastrelloni dalmata, neri e bianchi, a pensare “ma cosa mai ci terrà davvero in quella cassapanca”.

Poi, la cucina di formica, la stufa, la cappa annerita e trentamila barattoli sul lavello. Di sottofondo il ticchettare dell’orologio da parete, in concreto tentativo di mimetismo con i quadri raffiguranti montagne. Ricordini di Lourdes, cerbiatti di coccio, la radio con la manopola sintonia e volume, la foto del nonno, le sedie coi cuscini gialli e il televisore, di lato. Dietro, il mobiletto dove Nonna Maria teneva il necessario per il cucito e “aiutami ad infilare l’ago, che questi buchi li fanno sempre più piccoli”.

Poi il rito: ci si sedeva tutti intorno al tavolo, si apriva la scatola di latta dei biscotti, quelli fatti come le bretzel e la nonna mi fregava facendomi credere di concedermi un caffè (conoscevo così il sapore dell’orzo fatto con la moka) mentre i grandi, chissà, forse parlavano sempre delle stesse cose in una ruota infinita di argomenti concentrici, che portavano al fulcro dei saluti finali.

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